Tenmaya

Questo ristorante lo inseriremo nella prossima classifica dei ristoranti giapponesi a roma (su Youkoso Italia), valutandolo come migliore nel rapporto qualità/prezzo economico.

Il locale, a gestione cinese, aveva aperto i battenti con chef giapponesi puntando sulla semplicità ed economicità dei piatti, un punto di riferimento per chi veramente vuole puntare al prezzo basso senza però rimanere deluso.

Il locale che troverete nel quartiere tuscolano ha, oltre ai tavoli classici, anche salette in stile tatami ma a seduta in legno (pavimento in legno incavato per le gambe e tavolo).
I piatti sono abbastanza vari e il nuovo chef riesce a soddisfare anche diverse richieste particolari.
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Sora Margherita

Giorno di chiusura: Aperto solo a pranzo. Aperto a cena nei weekend.

[Da oggi possiamo annoverare nel gruppo di SecondoMe.com anche Numero 6! Questa recensione, nata quasi a richiesta durante l’ultima BlogBeer, è stata pubblicata in origine sul suo blog. Se ancora non lo seguite, fatevi del bene e iniziate a seguirlo!]

La Sora Margherita, prima che un ristorante, è una specie di leggenda.
Un ingresso del tutto anonimo in una delle piazze per cui vale la pena vivere a Roma, piazza delle Cinque Scole (sic), dalle cinque scuole ebraiche che vi si trovavano.
Questa piazza è uno dei pochi resti veri dell’antico ghetto, ed era in origine attraversata dal muro che impediva agli ebrei romani (giudî, in dialetto) di andare in giro dopo il tramonto.

È aperto a pranzo, e per cena solo a fine settimana.

Se volete andare una sera tenete a mente che ci sono due turni, alle 20 e alle 21.30.
C’è posto per sì e no venti coperti, quindi prenotare è obbligatorio, e se potete, evitate anche di tentare di portare la macchina nei paraggi.
Al Ghetto non si parcheggia, fatevene una ragione, meglio una passeggiatina che vi risparmi l’ansia.

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Osteria antichi sapori – da Leo

Posta nelle vicinanze di piazza Irnerio, non lontano dalla piccola chiesa della Madonna del Riposo, l’Osteria Antichi Sapori colpisce da subito per la sua microscopicità: già dall’esterno, infatti, si presenta come una piccolissima casettina isolata tra due caseggiati all’inizio dell’Aurelia (nei pressi del quale il parcheggio è, in modo eufemistico, impossibile).
L’interno non tradisce le attese, e appena entrati ci si trova catapultati in una sala lillipuziana, nella quale ci saranno al massimo una trentina di coperti, le cui pareti, a completare il claustrofobico insieme, sono letteralmente coperte di quadri, quadretti, piatti, mensole, e targhe di ogni tipo e gusto, da piccole riproduzioni di Bruegel a stemmi medievali, da ceramiche egiziane ad ritagli di giornale. Il tutto dà l’impressione di un ambiente caloroso e familiare, così come familiari sono i modi di Leo, il proprietario, che, con fare gioviale, serve in sala e non si risparmia in chiacchiere con i commensali.
L’ambiente rustico e casalingo, che è un po’ il pregio del locale, ne rappresenta in qualche modo anche il maggior limite, nella misura in cui tale impostazione si rispecchia nella cucina: tutti i piatti sono caratterizzati da un gusto e da una preparazione che ricordano molto, forse troppo, le “buone cose fatte in casa”, al punto che, se non si parte con una buona predisposizione, è possibile arrivare a chiedersi perché si sia andati al ristorante per mangiare come a casa!
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