TopoLinux: Kubuntu dentro un sorcio!

L’idea mi frullava nella testa da un po’, l’avevo vista su Ikea Hackers.

Poi, quando mi è servito avere una distribuzione Linux persistente su una pendrive, ho colto la palla al balzo, ho installato Kubuntu 8.10 sulla pendrive, preso lo stupendo topo di peluche di Ikea:

Topolinux intero

ed ecco fatto TopoLinux!

Qui lo vedete mentre si mostra in tutta la sua bellezza:

Topolinux con la testa in mano

Mentre qui è in azione:

Topolinux in azione

Bello, no?

(e non parliamo del fatto che ieri notte ho fatto l’una per cucire tutto…)

Tenmaya

Questo ristorante lo inseriremo nella prossima classifica dei ristoranti giapponesi a roma (su Youkoso Italia), valutandolo come migliore nel rapporto qualità/prezzo economico.

Il locale, a gestione cinese, aveva aperto i battenti con chef giapponesi puntando sulla semplicità ed economicità dei piatti, un punto di riferimento per chi veramente vuole puntare al prezzo basso senza però rimanere deluso.

Il locale che troverete nel quartiere tuscolano ha, oltre ai tavoli classici, anche salette in stile tatami ma a seduta in legno (pavimento in legno incavato per le gambe e tavolo).
I piatti sono abbastanza vari e il nuovo chef riesce a soddisfare anche diverse richieste particolari.
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I primi panettoni del 2008!

Panettone di Natale 2008…e panettone fu!

Dopo tre giorni di impasti e lievitazioni,  ecco i primi panettoni del 2008!

E’ la prima volta che riesco a farli con la pasta madre, le altre venivano sempre bassi e pesanti.

Tutto grazie al metodo per la pasta madre della Cuoca Petulante e alla ricetta del panettone delle Sorelle Simili (opportunamente modificata con l’esperienza delle pietre angolari fatte negli anni scorsi).

La preparazione è lunga e complessa, non tanto per gli ingredienti (perché in fin dei conti si tratta solo di grosse brioche condite), quanto per la necessità di valutare precisamente parametri che precisi non possono essere, come la durezza dell’impasto o il grado di innervatura.

Ad ogni modo, ci sono, sono belli e profumano divinamente.

Se poi saranno anche buoni, tanto meglio!

Il contenuto è la violenza sulle donne, la forma è la donna crocifissa. Capito, caro Assessore?

Donna crocifissa per la campagna della giornata mondiale contro la violenza sulle donneApprendo dal sito de “La Repubblica” dell’opposizione dell’assessore comunale all’arredo urbano di Milano, Maurizio Cadeo, alla proposta di affissione di manifesti per la nuova campagna di sensibilizzazione di Telefono Donna in occasione della Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne. Il manifesto ritrae una donna crocifissa, ed è incentrato sull’analogia per cui il 96% (il 96%!) delle donne che subiscono violenze non le denunciano, pagando così il peccato del “proprio carnefice”.

Il virgolettato riportato da Repubblica è: “Non so se ho gli strumenti per negare gli spazi, ma ne respingo totalmente il contenuto che offende la nostra tradizione cristiana. Pongo il problema politico e ne informerò il sindaco: chiederò a telefono Donna di ritirare il manifesto”.

Caro Maurizio Cadeo: sei contrario al contenuto???

Il contenuto, se non te ne sei accorto, è la violenza sulle donne. Forse volevi dire che sei contrario alla forma? Le parole sono importanti, caro Assessore.

Poni un problema politico???  Forse vuoi dire che poni un problema di sensibilità religiosa? Le parole sono importanti, caro Assessore.

Non intendo discutere o peggio giudicare l’altrui sensibilità religiosa, perché il simbolo può essere più o meno significativo per ciascuno, ma la sostanza ritengo sia infinitamente più importante.
Magari mi sbaglio, e parliamone, ma ritengo che in questo caso il messaggio sia tanto più comprensibile quanto più con occhi cristiani è vissuta quell’immagine: la crocifissione nella nostra cultura è di per sè il simbolo del sacrificio di Dio che si fa Uomo per salvare l’Uomo.

Il nonsense stridente è un essere umano altro dal Cristo che viene sacrificato in modo analogo per l’insensata violenza degli uomini.

Questo nonsense veicola il messaggio, e proprio non riesco a comprendere in quale punto di questo processo l’utilizzo del simbolo possa risultare offensivo.

Il primato degli ideali contro la dittatura delle decisioni

Obama ad un comizioEmbé? Solo perché ne scrive mezzo mondo, non posso forse scriverne anch’io?

Diversamente da quattro anni fa, la sveglia di stamattina è stata particolarmente piacevole.

Durante la campagna elettorale Obama è stato particolarmente abile a costruire, prima ancora che un progetto politico, un quadro filosofico-culturale di riferimento nel quale innestare il proprio progetto politico. E già questo “ritorno agli ideali” mi sembra essere una novità da sottolineare, in un contesto in cui, a fronte di una crisi economica con pochi precedenti, la tentazione di abbandonarsi ad un pragmatismo spicciolo avrebbe potuto deviare ogni velleità di sistematizzazione della propria linea di azione.

Le difficoltà arriveranno, le decisioni quotidiane dovranno essere prese, il pragmatismo avrà modo di manifestarsi, ma l’aver ristabilito il primato degli ideali rispetto alla dittatura delle decisioni è la principale ragion d’essere della Politica. Il perché delle azioni non può risiedere sempre e solamente nell’imminenza delle necessità.

Governare senza un obiettivo alto a indirizzare i provvedimenti (per quanto questo obiettivo possa essere lontano, per quanto possa essere variabile rispetto alle condizioni contingenti) è come pretendere di attraversare un bosco ad occhi chiusi, scansando gli alberi tenendo le braccia tese in avanti: magari non ci si farà male, ma di certo non si uscirà, se non per caso, dal bosco. Questo è quello che ha fatto Bush nei suoi otto anni, questo è quello che nel suo piccolo, nel suo molto piccolo, sta facendo il centro-destra italiano (per tacer del centro-sinistra, che negli anni scorsi commetteva l’errore opposto, cercando di orientarsi solo guardando le stelle, senza peraltro saper nulla di astronomia, e andando a sbattere contro un albero ad ogni pié sospinto).

E allora: Auguri Presidente! E Grazie, Stati Uniti, per la positiva spavalderia che riuscite a dimostrare di fronte ad ogni cambiamento, per quanto radicale possa sembrare!

(foto New York Magazine)

Sora Margherita

Giorno di chiusura: Aperto solo a pranzo. Aperto a cena nei weekend.

[Da oggi possiamo annoverare nel gruppo di SecondoMe.com anche Numero 6! Questa recensione, nata quasi a richiesta durante l’ultima BlogBeer, è stata pubblicata in origine sul suo blog. Se ancora non lo seguite, fatevi del bene e iniziate a seguirlo!]

La Sora Margherita, prima che un ristorante, è una specie di leggenda.
Un ingresso del tutto anonimo in una delle piazze per cui vale la pena vivere a Roma, piazza delle Cinque Scole (sic), dalle cinque scuole ebraiche che vi si trovavano.
Questa piazza è uno dei pochi resti veri dell’antico ghetto, ed era in origine attraversata dal muro che impediva agli ebrei romani (giudî, in dialetto) di andare in giro dopo il tramonto.

È aperto a pranzo, e per cena solo a fine settimana.

Se volete andare una sera tenete a mente che ci sono due turni, alle 20 e alle 21.30.
C’è posto per sì e no venti coperti, quindi prenotare è obbligatorio, e se potete, evitate anche di tentare di portare la macchina nei paraggi.
Al Ghetto non si parcheggia, fatevene una ragione, meglio una passeggiatina che vi risparmi l’ansia.

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Osteria antichi sapori – da Leo

Posta nelle vicinanze di piazza Irnerio, non lontano dalla piccola chiesa della Madonna del Riposo, l’Osteria Antichi Sapori colpisce da subito per la sua microscopicità: già dall’esterno, infatti, si presenta come una piccolissima casettina isolata tra due caseggiati all’inizio dell’Aurelia (nei pressi del quale il parcheggio è, in modo eufemistico, impossibile).
L’interno non tradisce le attese, e appena entrati ci si trova catapultati in una sala lillipuziana, nella quale ci saranno al massimo una trentina di coperti, le cui pareti, a completare il claustrofobico insieme, sono letteralmente coperte di quadri, quadretti, piatti, mensole, e targhe di ogni tipo e gusto, da piccole riproduzioni di Bruegel a stemmi medievali, da ceramiche egiziane ad ritagli di giornale. Il tutto dà l’impressione di un ambiente caloroso e familiare, così come familiari sono i modi di Leo, il proprietario, che, con fare gioviale, serve in sala e non si risparmia in chiacchiere con i commensali.
L’ambiente rustico e casalingo, che è un po’ il pregio del locale, ne rappresenta in qualche modo anche il maggior limite, nella misura in cui tale impostazione si rispecchia nella cucina: tutti i piatti sono caratterizzati da un gusto e da una preparazione che ricordano molto, forse troppo, le “buone cose fatte in casa”, al punto che, se non si parte con una buona predisposizione, è possibile arrivare a chiedersi perché si sia andati al ristorante per mangiare come a casa!
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